
La ricerca sull’analisi di gruppo è oggi una tematica ricca di implicazioni, densa di prospettive e di attese, venendo a coincidere con un ampio spazio di sperimentazione e elaborazione teorica. Il termine “gruppo” evoca di per sé, anche nel suo semplice valore semantico, una dimensione di socialità entro cui si imbastisce un tessuto di relazioni tra l’individuo e l’altro da sé. L’inevitabile rimando all’altro è in sintonia con la cultura riferibile alla complessità della nostra epoca, ormai orientata a ricomporre le separazioni tra soggetto, oggetto e contesto sociale.
La metapsicologia freudiana non include e non avrebbe potuto includere questo approccio perché storicamente figlia di un’ideologia più incline a separare e a scomporre.
Tradizionalmente la ricerca sui gruppi ha fondato le proprie filiazioni storiche sulle opere freudiane, in particolare su quelle definite “sociali” ove è presente l’attenzione alla matrice socio-culturale e alla sua interpretazione. Viene citato come testimonianza l’esemplare passo di “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”: “La contrapposizione tra psicologia individuale e psicologia sociale o delle masse, contrapposizione che a prima vista può sembrarci molto importante, perde, a una considerazione più attenta, gran parte della sua rigidità… Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente… la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale” (Freud, 1921).
L’identità tra psicologia individuale e psicologia sociale, che indica l’emersione dell’altro nella vita del soggetto, fa emergere, nella riflessione freudiana, un asse di relazione quale chiave di lettura dello psichico. Tuttavia l’enunciato freudiano non può avere una portata metapsicologica, vale a dire che, nel paradigma formale della teoria, il monopolio del biologico-pulsionale, radicato nella dimensione intrapsichica, non lascia spazio alla fondazione teorica di un rapporto con l’oggetto e con il mondo sociale.
Pertanto cade molto a proposito l’osservazione di chi sottolinea che “senza una rigorosa definizione dei passaggi necessari a percorrere il tratto del rapporto individuo-gruppo non possa essere praticato… un discorso sulla complessità del gruppo di psicoterapia psicoanalitica…” (LoVerso, 1989).
Può essere utile esplicitare i passaggi teorici presenti nell’opera dei maggiori esponenti della ricerca sul gruppo, per contribuire alla fondazione teorica dei rapporti individuo- gruppo.
Nel nostro paese la ricerca sui gruppi ha approfondito e sviluppato il pensiero di Bion e di Foulkes ai quali viene attribuito il superamento della positivistica distinzione tra processi individuali e gruppali, natura e cultura, individuo e società.
Per Bion (1961) la differenza tra analisi individuale e analisi di gruppo è di tipo metodologico: nella dimensione del gruppo diviene visibile qualcosa che altrimenti rimarrebbe invisibile, quindi la combinazione dei due metodi individuale e di gruppo consente allo psicoanalista, che lavora con il gruppo, una visione binoculare della realtà. La situazione di gruppo permette un ampliamento del campo d’osservazione poiché nel gruppo non emergono solo legami di natura libidica (che si manifestano nell’assunto bioniano di accoppiamento), ma relazioni più arcaiche espresse dagli assunti di base di dipendenza e di attacco e fuga.
Gli assunti di base sono stati emotivi che costituiscono la “mentalità” del gruppo in un determinato momento e che si esprimono con particolari modalità di comportamento, indipendentemente dalle situazioni contingenti che caratterizzano il gruppo. In questo modo Bion, elaborando la lewiniana teoria del campo, sposta l’attenzione dalla ricostruzione storica degli avvenimenti a ciò che si svolge nel campo d’azione come risultato di un sistema di relazioni interagenti, il cui significato può essere decodificato riferendosi ad un inconscio patrimonio condiviso.
L’inconscia piattaforma comune da cui emerge lo psichico ipotizzata da Bion viene spiegata ricorrendo all’ipotesi dell’esistenza di un sistema protomentale in cui “il fisico e lo psicologico o mentale si trovano in uno stato indifferenziato” così come l’interno e l’esterno, il proprio e l’altrui.
È questo uno stato di pre-coscienza in cui, in relazione al background kleiniano, compaiono fantasmi molto primitivi “che si riferiscono all’interno del corpo della madre”, definendosi come fantasmi individuali propri della specie umana, emergenti in reazione ad una situazione angosciosa, pronti a ricomparire in ogni dimensione evocativa di quella esperienza primaria. Su questo a-priori Bion fonda la capacità individuale (“valenza”) di combinarsi con l’altro istintivamente e involontariamente, entrando in risonanza con la sua realtà fantasmatica.
Di conseguenza la terapia di gruppo viene a poggiare sulla possibilità di portare a coscienza fantasmi individuali di ordine specie-specifico, attraverso l’esplicitazione delle identificazioni proiettive attivate dalla situazione di gruppo.
C’è in Bion una argomentazione di base che lascia perplessi: la radice della vita psichica è gruppale non perché sia determinata dalla relazione soggetto-oggetto e dai significati ad essa attribuiti, organizzati in schemi mentali fin dalle prime esperienze, ma perché si modella su una identità di percezioni fantasmatiche proprie della specie umana, la cui origine, in quanto costituzionalmente data, affonda nel biologico, al di là della matrice culturale in cui in seguito si innesterà. Non mi pare quindi condivisibile l’opinione di chi individua in Bion il “superamento della spaccatura esistente tra uomo-natura e uomo-cultura” (Napolitani,1987), anche se è forte nello studioso inglese l’attenzione verso queste problematiche. Bion scopre nell’individuo la presenza “di una dimensione dell’esistenza umana assolutamente originaria, che egli chiama protomentale, e che non ritiene abbia origine nel singolo individuo se non in quanto parte residua di un sistema protomentale, strutturalmente transindividuale”, ma il protomentale, affondando le sue radici nel biologico, non lascia spazio a relazioni realmente interattive.
Esaminiamo ora l’opera di S.H.Foulkes che sin dagli anni ’40 ha dedicato la sua attività e la sua riflessione a alla ricerca sul gruppo, percorrendo strade diverse da quelle di Bion. In “Analisi terapeutica di gruppo” (1964) Foulkes giustappone la terapia di gruppo alla psicoanalisi, distinguendone il campo, il metodo e gli obiettivi.
Egli sostiene che la psicoanalisi classica, nella sua tradizionale impostazione di terapia individuale, sia l’unico strumento che permetta l’analisi dell’inconscio conflitto edipico infantile; al contrario la “psicoterapia analitica di gruppo” – come egli definisce il suo intervento – analizza le dinamiche fra i membri del gruppo, considerato come unità, ponendo al centro della propria attenzione il singolo. Gli obiettivi e i metodi dell’analisi individuale e dell’analisi di gruppo sono pertanto, secondo Foulkes, diversi.
La prima, interessata al reperimento di un vissuto infantile, si avvale di un’indagine storico-genetica, la seconda si propone di analizzare nella sua totalità la rete dei rapporti che legano il singolo al suo ambiente, basandosi sul presupposto che la stessa configurazione di rapporti emerga all’interno del gruppo. Nel primo caso si studia, in una prospettiva per così dire verticale, come e perché le persone sono divenute quello che sono, nel secondo come si modifichino nella dimensione orizzontale del gruppo.
L’analisi contenutistica delle problematiche individuali viene considerata d’ostacolo alla comprensione delle modalità di relazione dell’hic et nunc, che costituiscono il principale oggetto d’interesse di Foulkes. Anche il transfert individuale, “fenomeno autenticamente regressivo” in quanto ripetizione di una situazione passata viene scoraggiato, ponendo l’accento sulla rete complessa delle relazioni multipersonali, mentre la relazione a due dell’analisi classica viene considerata artificiosa, poiché non risponde a nessuna situazione reale.
Foulkes sostiene ripetutamente che solo la psicoanalisi individuale può analizzare ai livelli più profondi il conflitto, attraverso l’analisi della resistenza e della nevrosi di transfert. Tuttavia solo la psicoterapia di gruppo può ottenere risultati stabili ed efficaci modificando “in modo sostanziale la personalità dei pazienti” e non solo attenuandone i sintomi.
È evidente l’adesione di Foulkes ad una bidimensionalità terapeutica che lo porta ad affiancare i cambiamenti conoscitivi operati dalla psicoanalisi freudiana alle modificazioni della personalità ottenuti attraverso l’analisi di gruppo.
Nella concezione di Foulkes emerge una doppia immagine della prassi psicoanalitica: da una parte la psicoanalisi individuale, legata ad una concezione più elitaria ed aristocratica, quale momento conoscitivo della propria storia personale; dall’altra la psicoterapia psicoanalitica di gruppo come partecipazione più corale, immediata e spontanea, utile alla modificazione profonda della personalità attraverso l’inserimento nella rete dei rapporti. Si comprende che per l’autore la dimensione storico-genetica e la dimensione sistemico-sociale coincidono, ma la portata innovativa dell’intuizione non viene da lui chiaramente affermata o sviluppata. Da questa ibrida posizione iniziale, Foulkes approda, nell’arco di dieci anni di riflessione e di pratica clinica sui gruppi, ad una visione della vita mentale centrata su relazioni inter e transpersonali interiorizzate (1973).
Esiste per Foulkes una “ipotetica trama di comunicazione e di rapporti”, la “matrice psichica” da cui derivano tutti i significati sottesi alle modalità attuali di relazione. La comunicazione nel gruppo si attesta a diversi livelli, che derivano tutti dal nucleo centrale di una lingua universale condivisa. Il senso viene attinto “nel pozzo comune di significati” che costituisce la matrice del gruppo ed è funzione della risonanza particolare legata alla psicopatologia personale o alla significatività della situazione (1975). La matrice si fonda sulle proprietà biologiche della specie, ma anche – e qui si situa la differenza con Bion – sui valori culturali che “sono stati sviluppati e trasmessi, particolarmente nella famiglia nucleare, nella rete o nella classe sociale, ecc., e sono stati mantenuti o modificati dal plexus intrinseco in cui la persona si muove” (1975).
Tuttavia disposizioni e interessi più clinici che teorici non consentono a Foulkes di sistematizzare a livello teorico queste interessanti intuizioni, cosicché esse finiscono col coesistere, giustapposte e non integrate, con gli assunti metapsicologici freudiani più refrattari per taglio epistemico dal consentire uno spazio alla codificazione teorica della relazione. Considerazioni storiche potrebbero oggi indurre ad individuare in Foulkes un bifattorialismo almeno implicito, poiché in realtà gli aspetti teorici relativi alle sue scelte non vengono esplicitamente toccati soprattutto per motivi storico-politici.
Sulla scia di Foulkes la moderna Gruppoanalisi, sviluppando il concetto di matrice psichica”, pone la relazione “alla base dello sviluppo umano, sia per quanto riguarda i suoi aspetti storicizzati sia per quanto attiene all’elaborazione simbolica interna individuale” (Ferraris, Lo Verso, 1989).
Assumere quindi il concetto di matrice psichica a fondamento di una teoria della costituzione del singolo significa concettualizzare l’individuo come inserito fin dalla nascita in un “campo mentale”, in una “rete di significazioni” al cui interno egli apprende gli strumenti mentali adatti a dare senso a tutta la cultura passata, presente, futura.
Bibliografia:
Bion W.R. (1948) Esperienze nei gruppi trad.it., Armando, Roma, 1971
Foulkes S.H. (1964) Analisi terapeutica di gruppo trad.it., Boringhieri, Torino, 1969.
Foulkes S.H. (1973) Il gruppo come matrice della vita mentale dell’individuo trad.it., in Wolberg R., Schwartz M.K. (a cura di) Terapia moderna Il Pensiero Scientifico, Roma, 1974.
Foulkes S.H. (1975) La psicoterapia gruppoanalitica trad. it., Astrolabio, Roma, 1976.
Freud S. (1921) Psicologia delle masse e analisi dell’Io OSF, vol. IX, Boringhieri, Torino, 1977.
Freud S. (1929) Il disagio della civiltà OSF, vol.X, Boringhieri, Torino, 1978.
Lo Verso G. (1989) Clinica della Gruppoanalisi e psicologia Boringhieri, Torino.



