" /> Lo psicodramma analitico

Lo psicodramma analitico

Lo psicodramma freudiano nasce all’inizio degli anni ’70 dalla rilettura ed elaborazione del metodo psicoterapeutico creato da Moreno a opera dei coniugi Gennie e Paul Lemoine avvalendosi della teoria di Freud e dell’insegnamento di Lacan.

Con la lettura operata dai coniugi Lemoine lo psicodramma si caratterizza come dispositivo terapeutico non soltanto orientato a indagare le difficoltà quotidiane degli individui e la loro sofferenza psichica, ma come uno strumento mediante il quale è possibile accedere a una più profonda conoscenza di sé.

Lo psicodramma freudiano è condotto da due terapeuti: un animatore e un osservatore. In seduta, ogni soggetto è invitato a raccontare qualcosa di sé, secondo la regola analitica delle libere associazioni. A partire dal racconto di ogni soggetto, l’animatore fa focalizzare l’attenzione su una scena specifica ed ascoltando il discorso del gruppo, decide di chiamare il partecipante a mettere in scena quanto raccontato. Spesso, per quanto distanti i racconti, i sintomi e le situazioni di vita, queste scene funzionano da risposta alla questione posta da un altro. La messa in scena risveglia in ciascuno degli altri partecipanti degli echi e il discorso circola dall’uno verso l’altro. Il lavoro si basa sul transfert verso il terapeuta (come nelle sedute psicoanalitiche individuali) e le identificazioni con gli altri partecipanti, ma si mantiene come terapia in gruppo e non di gruppo: non si mira a costruire un “noi” del gruppo, ma si lavora uno per uno, ognuno con le proprie questioni.

Lo psicodramma freudiano così come viene proposto dai Lemoine trova la sua collocazione all’interno dell’articolazione delle tre categorie freudiane, espressamente evidenziate e sviluppate da Lacan: dell’Immaginario, del Simbolico e del Reale. Si ritrova per lo più nell’Immaginario il campo di collocazione dello psicodramma freudiano ed è l’inconscio, nel suo inestricabile rapporto con il discorso dell’Altro, che viene esplorato utilizzando non solo il campo della parola e del linguaggio, ma anche la corporeità come altro registro narrativo che si offre agli sguardi dei partecipanti e che non mente. Tale caratteristica trova nel “gioco psicodrammatico” o “rappresentazione psicodrammatica”, e soprattutto nella tecnica dell’inversione dei ruoli, il momento di massima concretizzazione, dovendo il soggetto assumere il “corpo dell’altro”, incarnandone il desiderio supposto, prendendo nello spazio reale il suo posto e riproducendo per i terapeuti e i partecipanti al gruppo ciò che fa parte del proprio immaginario.

La matrice dello psicodramma freudiano è riconducibile al “gioco del rocchetto” o del “fort-da” descritto da Freud nel 1920 nello scritto “Al di là del principio di piacere”. L’equazione simbolica in cui è inserito il rocchetto usato a rappresentare la presenza-assenza della madre è trasposta nel gioco psicodrammatico che, tratto dal discorso dei pazienti e grazie alla sua funzione simbolica, permette di non rimanere prigionieri dell’immaginario. Infatti, affinché ci sia “gioco” e non semplice ripetizione allucinata è necessario che si accetti un’esperienza di perdita che il gioco permette solo di riparare e non di annullare.

Il gioco psicodrammatico si connota, dunque, come ri-presentazione di episodi accaduti nel passato o nella vita fantasmatica notturna, svelando al soggetto la propria divisione costitutiva e facendo sì che possa accedere alla dialettica con l’Altro (con la sua domanda e con il suo desiderio) il cui posto è occupato ora dal padre, ora dalla madre, ecc., mostrandone così le sue trappole alienanti nel momento in cui si assoggetta a esso. «Rappresentare è presentare di nuovo, presentare una seconda volta. Ma la seconda rappresentazione non è uguale alla prima», dice Paul Lemoine. Infatti, laddove le difese e l’inibizione predominavano la prima volta, la seconda rappresentazione permette la ripresa di un discorso interiore rimasto bloccato.