Lo psicodramma psicoanalitico come luogo per costruire il soggetto: simbolizzazioni plurali e possibile rappresentabilità

Lo psicoanalista nella contemporaneità, all’interno di certe analisi più difficili, lungi dal dover “decifrare un testo dell’inconscio”, deve mirare alla “costruzione aleatoria di uno spazio comune dove può avvenire un vero scambio, uno scambio la cui posta in gioco è l’avvento di una pulsione che non ha, fino ad allora, trovato il suo posto”. Questo scambio passa attraverso altri registri rispetto a quello della simbolizzazione linguistica secondaria; impegna l’affetto, la memoria sensoriale, quella corporea – quella delle tracce mnemoniche – passando attraverso la crisi dei limiti Io/non Io. In altre parole, la prima psicoanalisi topica (il sistema rimozione-affetto-rappresentazione ) ha ceduto oggi il passo, a una seconda, o addirittura a una terza psicoanalisi topica, in cui la scissione e la dissociazione “sostituiscono” la rimozione, il che porta allo stesso tempo a una mutazione nella teoria della memoria e al ritorno degli eventi psichici. Quindi c’é per l’analisi un nuovo compito: non soltanto il recupero dei ricordi rimossi, ma il completamento di quegli atti psichici rimasti incompiuti poiché “non formulati in pensieri”, impulsi emotivi, esperienze e affetti non riconosciuti e non pensati, ma tuttavia psichicamente influenti, poiché “persistendo immutati, esercitano un potere d’attrazione nei confronti delle esperienze posteriori” (Riolo). E poiché non si esprimono in forma di pensieri, si ripresentano in forma di ‘sensazioni’ e ‘azioni’.

La portata e le conseguenze del rigetto sono, dunque, molto diverse da quelle della rimozione. Qui non si tratta del mancato avvento di determinati contenuti psichici alla coscienza; bensì della loro “abolizione” quali contenuti psichici e dunque della possibilità stessa di coscienza come di inconscio. In quanto comporta l’evacuazione della realtà interna in quella esterna, il rigetto esita in un collasso del mentale nel reale.

In questo, tra i presupposti di Lacan e di Bion sussiste una forte corrispondenza: poiché per entrambi il rigetto porta non più alla distinzione tra conscio e inconscio, ma a quella tra la realtà psichica e la realtà sensoriale. Il che comporta una distinzione, necessaria anche dal punto di vista clinico, tra ciò che – sensazione, affetto, pulsione – non è ancora rappresentazione e significato, poiché non è mai stato pensato; da ciò che – allucinazione, somatizzazione, azione– non è più rappresentazione né significato, poiché è stato evacuato in un fatto sensoriale, lacanianamente si ritrova nel registro del reale, luogo delle emozioni non pensabili e dunque non rappresentabili. Laddove il primo richiede il compimento di un lavoro psichico incompiuto; il secondo esige molto di più: il ripristino della funzione rappresentativa abolita. Stiamo quindi parlando della sfida della rappresentabilità.

Di conseguenza, i dibattiti classici sull’interpretazione (del transfert, nel transfert) sono stati sostituiti dalla questione della costruzione, non la ricostruzione della storia dimenticata come immaginava Freud, ma la costruzione dello spazio e del soggetto nel sito analitico.

J. Press, nel tentativo di conciliare Freud e Winnicott , approfondisce e sviluppa il lavoro dei precursori interessati ai casi difficili, alla sofferenza identitario-narcisistica, quelle patologie narcisistiche che sono diventate, nel tempo, il lavoro ordinario dello psicoanalista.

Da qui si possono evidenziare alcuni punti chiave:

Questi pazienti, nell’opinione generale degli autori, hanno vissuto esperienze reali di disagio psichico durante la prima infanzia, esperienze vissute/non vissute o, più precisamente, non inscritte psichicamente in una rappresentazione verbale; uno degli effetti è l’instaurarsi di un sistema difensivo iper organizzato contro ogni intrusione, interna o esterna, che denota già la vulnerabilità del narcisismo e i confini tra interno ed esterno.

Questo sistema è rigido, inscritto nel carattere in modo duraturo resistente a qualsiasi mobilitazione pulsionale regressiva che lo esporrebbe all’emergere di una catastrofe psichica, e per questo stesso fatto messo in crisi da una situazione analitica cosiddetta “tradizionale”.

Lo psicodramma analitico diventerebbe allora una lente d’ingrandimento, un osservatorio privilegiato degli specifici processi di memoria psichica all’opera in queste situazioni. Svolge la stessa funzione di “proiettore” rispetto alle modalità secondo cui il quadro analitico accoglie, contiene e trasforma i movimenti psichici mobilitati. Sono prevalentemente coinvolte le percezioni, la sensorialità, l’atto e il corpo.

Bernard, a proposito della cura psicodrammatica, illustra in modo molto chiaro queste poche proposizioni. Ma prima di mostrare come questo dispositivo permetta l’accesso e la rielaborazione di strutture caratteriali narcisistiche a priori difficilmente accessibili attraverso un approccio analitico più “classico”, richiamerò brevemente alcuni concetti su questo approccio, a lungo considerato una pratica marginale rivolta a bambini, adolescenti o pazienti psicotici, e che oggi sta diventando uno dei centri di pratica e teoria, vedendo il suo insegnamento svilupparsi notevolmente negli istituti di formazione.

Diversi modelli di cui parleremo solo brevemente, sono stati descritti fin dall’introduzione dello psicodramma in Francia, per rendere conto dell’efficacia di una tecnica che mette intensione il registro corporeo e quello linguistico, e che oggi si rivolge a pazienti che hanno grandi difficoltà a giocare il gioco dell’analisi e a trarre beneficio dal sito analitico, a causa della precarietà delle loro capacità di rappresentazione e di autorappresentazione. Pazienti per i quali, allo stesso tempo, qualsiasi regressione è vissuta, come giustamente nota J. Press, come un rischio importante per la psiche.

Il modello dei sogni

Nella fase iniziale, quando gli analisti esplorano e scoprono le qualità dello psicodramma, il modello di riferimento per tutta l’attività analitica è il modello del sogno e della nevrosi. Le condizioni della seduta inducono, infatti, uno stato particolare, prossimo al sogno (Anzieu, Pontalis), da cui il posto dato, e per lungo tempo, al sogno come modello della seduta nella psicoanalisi francofona.

Lo stesso varrà per lo psicodramma, sebbene le condizioni siano radicalmente diverse, il che ci porterà a scrivere, ad esempio, che esso “permette alla psiche di mettere in scena conflitti psichici nello spazio del gruppo, che poi funziona secondo processi figurativi di tipo onirico con una forte carica sensomotoria” (Jeammet e Kestemberg).

Sappiamo oggi che questi processi figurativi sono essenzialmente una questione di primitività e di scissione psichica, piuttosto che di repressione e di un gioco flessibile di istanze psichiche.
Riconosciamo certamente che il gioco psicodrammatico introduce parametri particolari; d’altra parte, il loro valore simbolico non è ancora riconosciuto per quello che è, vale a dire la messa in gioco di modalità di simbolizzazione particolari e specifiche, quelle delle simbolizzazioni primitive, corporee o primarie, molto diverse dalle simbolizzazioni linguistiche dello spazio nevrotico.

Il trauma

Un secondo modello sostituirà questo modello onirico, il modello “anti traumatico”, in cui lo psicodramma, come la cura, deve innanzitutto combattere, attraverso la sua azione “contenitiva”, il rischio di perdita di continuità psichica con la sua schiera di ansie di separazione, liquefazione e caduta nel vuoto. Osserviamo qui che l’enfasi si sposta dal conflitto edipico ai fondamenti narcisistici e alle falle nella sua costituzione.

Per dirlo in termini lacaniani, il trauma mette a confronto il soggetto con un reale che lo lascia senza scampo, senza le parole per dirlo e senza immaginario per rappresentarlo.

Pertanto, nella clinica quotidiana, chiamiamo trauma ferite di intensità diverse e questa parola disegna anche realtà molto diverse che lasciano tracce sintomatiche e soggettive più o meno gravi.

I traumi lasciano i loro segni nel corpo, legando così trauma fisico e trauma psichico, come per esempio il trauma singolare e unico d’uno stupro o al contrario le violenze ripetute subite dal bambino nelle relazioni familiari del bambino. Accade spesso che nell’ “après coup”  l’episodio traumatico stesso sia stato rimosso o dissociato, e vada a fare eco alla prima esperienza  conferendogli il suo carattere vergognoso e inaccettabile per il soggetto.

Ed è questo secondo tempo che viene portato spesso in psicodramma. Sono proprio questi eventi dell’après coup, totalmente enigmatici per il soggetto, poiché senza legame apparente con l’evento originario, che sono rappresentati nelle sedute.

Lo psicodramma  ha dunque una relazione precisa, pensata con la realtà del soggetto: non affrancarsi dai fatti accaduti, ma permettere, attraverso la loro rappresentazione di “allontanarsene”. 

Offre così  uno spazio di rappresentazione che permette di ritrovare o di far emergere la traccia del soggetto nella situazione raccontata e giocata.

Lo spazio della trasformazione

Il modello di riferimento diventa allora il gioco, e ancor più il recupero, se non addirittura in molti casi la scoperta di una capacità di sperimentare un gioco creativo, aperto al nuovo, all’informe, all’ignoto, anziché imprigionato nella sterilità della ripetizione. Un gioco creativo che non sarà estraneo alla creatività primaria, “l’attività spontanea e libera del bambino” (E.Pickler) che esplora e crea il suo corpo sotto e nello sguardo della madre.

Si potrebbe dire che in molte analisi le simbolizzazioni primarie rimangono sommerse, implicite, sotto la coltre di razionalizzazioni ed intellettualizzazioni di spettro più nevrotico. Giù nel testo di Freud “Costruzioni nell’analisi” (1937), si sottolinea l’emergere, in risposta auna costruzione dell’analista, di “ricordi molto vividi”, eccessivamente chiari, persino “vere e proprie allucinazioni”, che esprimono il ritorno di “un evento dimenticato fin dai primi anni, di qualcosa che il bambino ha visto o sentito in un momento in cui riusciva a malapena a parlare”, ha aperto la strada a molte opere contemporanee in cui la percezione, le tracce mnestiche corporee e l’allucinatorio appaiono come portatori, accanto alla rimozione, di una potenza storica, di una verità emergente da un luogo al di là del linguaggio.

Perciò dovremmo mantenere aperto l’interrogativo sulla possibilità di estendere il campo operativo dell’analisi, attraverso lo psicodramma analitico, all’ambito delle espressioni asimboliche. Tale possibilità dipenderà alla fine dalla capacità, da parte dello psicodramma, di consentire la trasformazione di quelle espressioni in contenuti rappresentativi – parole, immagini, sogni, associazioni, ricordi – adeguati ad
accogliere significati psichici, e, dunque, attraverso il gioco, ad ultimare atti e
memorie psichiche rimasti incompiuti. Quindi, come dice Elena Croce, per questo tipo di pazienti il gioco diventa una sorta di reverie istituzionalizzata.

Bibliografia
Baranes J. Un lieu pour construire le sujet : psychodrame et symbolisations plurielles., “Revue Francaise de Psychanalyse” (n. 2008/5).
Bion W.R. (1965), Transformations, Heinemann. Trad.it. Traformazioni, Armando ed., Roma, 1973

Croce E. (1990), “Il volo della farfalla”, casa ed. Borla
Freud S. (1894), “Le neuropsicosi da difesa”, G.W. 1. O.S.F. 2
Riolo F. (2022), “Lo statuto psicoanalitico di inconscio: prospettive attuali”. Riv. Psa. 2009, 1