L’incontro della Gruppoanalisi con il teatro: un ponte tra la messa in scena Gruppoanalitica e l’opera Pirandelliana.

gruppoanalisi-e-teatroFoulkes, nel cominciare a pensare teoricamente e clinicamente la gruppoanalisi, si è ispirato non solo alla sua preparazione psichiatrica, psicoanalitica, neurologica, sociologica e della psicologia della Gestalt, ma sembrerebbe aver tratto le ispirazioni fondamentali da tante sue passioni, quali la musica nella conduzione delle orchestre e l’arte del teatro; in particolare, Pirandello è stato uno dei suoi ispiratori con “I sei personaggi in cerca d’autore” e “Uno, nessuno, centomila”.

Le funzioni del teatro, d’altronde, sono molteplici: divertire, intrattenere, nonché curare, attraverso i fenomeni che si riscontrano in genere in tutti i gruppi umani e più specificamente nella messa in scena teatrale ed in quella psicoterapeutica. Fenomeni relativi alla specularità, al doppio, ovvero all’ombra, all’identificazione, alla proiezione, all’ introiezione, nel gioco dinamico che coinvolge: il luogo e gli oggetti della scena; l’epoca o tempo della scena; la storia o evento rappresentato (il copione);la durata; gli interpreti; l’autore della riduzione teatrale; il regista; gli spettatori. Nel caso delle psicoterapie, individuali o di gruppo, l’elenco è più o meno lo stesso: luogo, oggetti, tempo, programma, regole, durata, pazienti-attori, conduttore regista.

E’ molto importante introdurre il fenomeno della “specularità” come si manifesta nelle opere, non solo teatrali, di Luigi Pirandello e nella Gruppoanalisi, partendo prima dalle recenti scoperte scientifiche relative ai cosiddetti “neuroni specchio”.Negli Anni Novanta del secolo scorso, infatti, la teoria dei “neuroni specchio” ha fornito un valido contributo scientifico alle intuizioni circa il rispecchiamento, già trattato in ambito filosofico, religioso, psicologico, artistico.

Tali neuroni (G.Rizzolatti; C.Sinigaglia, 2006) «mostrano come il riconoscimento degli altri, delle loro azioni e perfino delle loro intenzioni dipenda in prima istanza dal nostro patrimonio motorio. Dagli atti più elementari e naturali a quelli più sofisticati che richiedono particolari abilità, come l’eseguire un passo di danza, una sonata al pianoforte o una piéce teatrale, i neuroni specchio consentono al nostro cervello di correlare i movimenti osservati a quelli propri e di riconoscerne così il significato». I neuroni specchio permettono così la comprensione delle azioni altrui. Sembra che anche il linguaggio sia nato dalla funzione di tali neuroni.

Daniel Colemann (2006), psicologo sociale, e Antonio Damasio (1995), neurobiologo americano, affermano che il cervello non è la somma delle sue parti e che il comportamento umano non è tutto scritto nei geni; non tutto è innato, ma è soprattutto l’esperienza sociale e le emozioni che danno la forma al cervello. E’ l’intelligenza sociale che influenza le relazioni con la capacità umana, non specifica e non tecnica, di sapersi organizzare efficacemente nei rapporti interpersonali.

Nikolaj NikolaevichEvreinov, attore russo, nel 1923 introdusse il concetto di monodramma (The Theatre Life) quale genere scenico dove i personaggi rappresentano differenti aspetti della mente umana. I discorsi fra gli attori vengono impostati come modelli dei processi cognitivi di una singola persona.

L’opera pirandelliana “Sei personaggi in cerca d’autore” e l’”opera foulkesiana” “Gruppoanalisi” rientrano perfettamente in questo genere scenico, anche se la seconda non ha valorizzato l’azione, come il teatro, prediligendo la parola.

Partiamo dall’immagine della scena teatrale in cui “irrompono” i sei personaggi in cerca d’autore; sul palcoscenico si instaura una situazione caotica, direi psicotica. Gli attori, e tutta la troupe teatrale, sono pronti per recitare; i sei personaggi, che irrompono sulla scena, inattesi, chiedono di essere rappresentati dagli attori i quali dovrebbero abbandonare il copione di “Il gioco delle parti” per dar vita alla tragedia dei sei, che è ancora da farsi. Scena di rispecchiamento caotico. Il capocomico-regista (che rappresenta anche l’autore: Pirandello) si agita, non capisce, non può perdere tempo e pertanto chiede ai sei personaggi perché sono lì e che cosa vogliono. Il rispecchiamento non funziona; fraintendimenti, incomunicabilità.

Nella stanza della psicoterapia gruppoanalitica, quasi spoglia, come ha preferito Foulkes, il gruppo, di circa sei-otto pazienti attende. Anche qui si deve cominciare.Nel gruppo foulkesiano non accade questo, esplicitamente. Il “gruppo invisibile” è celato sotto le spoglie del “gruppo visibile”. I pazienti sono sconosciuti gli uni agli altri, ma, come i sei personaggi, sono lì per una legittima richiesta, per esaudire un desiderio. I personaggi pirandelliani ed i pazienti vogliono essere riconosciuti, vogliono uscire dalla forma che li immobilizza ed entrare in una forma nuova, secondo il flusso sempre mutevole del vivere.

In realtà, quanto accade sul palcoscenico pirandelliano, in questa fase, è più adeguatamente confrontabile, a mio avviso, con i gruppi bioniani coinvolti, prima che diventino gruppi di lavoro, negli assunti di base: dipendenza; attacco e fuga; accoppiamento. I pazienti bioniani si riconoscono più facilmente di quelli foulkesiani nella messa in scena dei sei personaggi dove la Madre si aggrega alla Figlia (accoppiamento); il Figlio, insultando tutti, vorrebbe fuggire, anche se una forza occulta sembra paralizzargli le gambe (attacco e fuga); i due piccoli, pallidi e muti: il Giovinetto e la Bambina, soccombono come dipendenti totalmente dalla volontà degli adulti (dipendenza). Ogni personaggio incarna unapassione nel gioco complesso ed intricato di proiezione, identificazione, introiezione. Tragedia umana intrisa di tradimenti, inganni, incesto, violenza, pentimenti.

Il concetto del falso rispecchiamento, dell’incomunicabilità Pirandello lo ribadisce con maggiore incisività nell’opera “Uno, Nessuno e Centomila”. «Non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io; e la stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo cangiare, e di fatto cangia di continuo». «Perché quel suo Gengé (così la moglie chiama suo marito, Vitangelo Moscarda) esisteva, mentre io per lei non esistevo affatto, non ero mai esistito. La realtà mia era per lei in quel suo Gengé ch’ella s’era foggiato, che aveva pensieri e sentimenti e gusti che non erano miei…».

Malcom Pines si è interessato in particolar modo al fenomeno del rispecchiamento e di quello relativo alla dialettica fra singolo e gruppo anticipando le scoperte scientifiche relative ai neuroni specchio. «La matrice gruppale – dice Pines – il retroterra in cui hanno luogo i processi interpersonali e transpersonali dell’analisi di gruppo, è essa stessa basata sui processi di riflessione speculare e sulla risonanza» . Ed ancora: «Quando finisce una gruppoanalisi? Forse quando non si avrà più bisogno di specchi, dal momento che le parti riflesse del Sé saranno state riunificate in una totalità».

L’ ottimismo di Malcom Pines collude con il pessimismo di Luigi Pirandello, anche se il dramma dei “Sei personaggi” viene narrato e concluso, come il dramma dei pazienti in gruppoanalisi, sia pure nel caotico intrecciarsi di acting e fenomeni transferenziali, a volte anche distruttivi.

E’altresì importante provare a focalizzarci sui temi quali acting,transfert,controtransfert ed i ruoli dei due conduttori e attori principali della scena teatrale e della scena gruppoanalitica.Il paziente molto spesso non ricorda ed è attraverso l’acting ed il trasferimento di esperienze passate nel presente, sulle persone presenti, che cerca di recuperare i ricordi.

«Protagonisti della scena relazionale sono proprio quei personaggi drammatici che nel transfert ripropongono le trame arcaiche dei propri copioni…E se l’analista, riesce a riconoscere, sulla stessa scena, la trama del gioco che in una sorta di recita a soggetto, dà la battuta all’uno e all’altro personaggio che fanno parte del proprio repertorio, allora avrà gli elementi per riuscire a costruire una ipotesi capace di interpretare il senso della vicenda e smascherare l’identità “reale”dei protagonisti in gioco. Se invece, ignaro del proprio coinvolgimento, l’analista non potrà recuperare oltre quella di “attore” in scena anche la sua dimensione di “critico teatrale”, allora tutti i contenuti di quel dramma relazionale saranno consumati nell’interpretazione sceneggiata che ciascuno dei partecipanti darà al “personaggio”in cui si è identificato: la rappresentazione sarà solo fine a se stessa, proprio perché al di là del proscenio non c’é alcun osservatore al quale possa essere destinata» (Cofano, L.,”Transfert e controtransfert come acting”).

Il dramma dei sei personaggi è un unico, massivo acting. Il capocomico è obbligato a capire la trama del rappresentato, del detto e del non detto. Dopo un tempo di riflessione, egli, capocomico, diventa elemento attivo della scena; la dirige, l’indirizza ed infine, con il senso di una grande fatica, licenzia tutti.

Il conduttore gruppoanalitico come dovrebbe comportarsi? La maggior parte dei gruppoanalisti ha abbracciato, difendendola strenuamente, la regola dell’astinenza delegando, a volte in maniera totale, il gruppo a rappresentarlo. Il conduttore dove sta? Cosa fa? E’ presente? Oppure, celato dietro le quinte, impassibile, lascia che i pazienti fantastichino su di lui idealizzandolo, odiandolo, accettandolo o rifiutandolo?

Proviamo ad utilizzare le parole dello stesso Foulkes il quale, pur meritevole di aver intuito e messo in atto la tecnica migliore per curare pazienti in gruppo; attento sia all’individuo, sia al gruppo come una totalità che non è la somma delle parti, non è a volte stato chiaro nel definire il ruolo del conduttore.

«E’ importante per il terapeuta che la sua influenza personale sia inevitabilmente forte, malgrado tutte le precauzioni per minimizzarla» (Foulkes, “La psicoterapia gruppoanalitica”, trad. italiana Astrolabio, Roma).«La sua funzione è in realtà quella di indirizzare e guidare il gruppo, per cui parleremo di lui a questo livello cosciente come di una “guida” piuttosto che di un leader» (Foulkes, “Analisi Terapeutica di gruppo”, trad. ital. 1978).

«Il mio modo di dirigere i gruppi è estremamente discreto e passa in pratica inosservato».

L’opera di Foulkes appare, a volte, densa di contraddittorietà e frammentarietà, ma questo non deve apparire come un limite, ma anzi come una possibilità di far evolvere delle idee, come egli stesso ha fatto e non rimanere ingabbiati in una teoria e di poter utilizzare queste coordinate teoriche al “servizio della clinica e dei pazienti”.

Pirandello ha avuto più tempo di Foulkes per lavorare sul palcoscenico, quello reale e quello metaforico della sua esistenza. Miscredente e sfiduciato, per l’immutabilità della forma e la negazione della vita, nelle sue ultime opere Pirandello recupera il senso dell’esistenza ed i suoi valori.

Foulkes è morto prima che molte delle sue geniali intuizioni fossero ampiamente validate. La sua metamorfosi, dalla iniziale “fede” nella psicoanalisi freudiana, si conclude nella scoperta della terapeuticità del gruppo. Passando attraverso la scena teatrale, dei cui significati e valenze si appropriò, Foulkes allestì la sua messa in scena gruppoanalitica, ma purtroppo gli sono mancate le possibilità di ulteriori verifiche.

I due grandi a confronto risultano essere vicini per molti tratti, soprattutto per il comune messaggio inviato tramite la “messa in scena”, spazio dove, infine, sia pure con molta o con scarsa fede, per l’uno e per l’altro, è possibile la comunicabilità.

Un punto di incontro tra Pirandello e Foulkes è quello in cui nella scena teatrale, come in quella gruppoanalitica, si confrontano il singolo e il gruppo.Entrambi hanno cercato di far parlare ed agire (nel teatro e nella stanza della seduta), nella messa in scena, i tanti Sé che ci costituiscono.

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