La Self disclosure in Psicoanalisi

La self-disclosure in psicoanalisi può essere intesa come una esposizione al paziente di certi pensieri, idee, fantasie, emozioni, osservazioni dell’analista che possono riguardare l’hic et nunc della seduta in riferimento sia al paziente, sia all’analista stesso, sia alla situazione, sia infine al loro rapporto. Può anche non riguardare l’hic et nunc, ma sempre si riferisce al riconoscimento, con conseguente verbalizzazione, di eventi concernenti la relazione tra analista e paziente. Tali verbalizzazioni avrebbero il fine di consentire al paziente di entrare in contatto con dei “dati” presenti nella seduta che non sono o non erano stati, per vari ordini di ragioni, ri-conoscibili o ri-conosciuti: dati concernenti l’analista e la relazione.

La gamma delle self-disclosure è molto ampia; esse possono essere diverse per grado, intensità, profondità; è uno strumento tecnico che occorre saper maneggiare con grande attenzione; i contenuti a cui si riferiscono derivano non di rado da strati profondi della relazione emotiva inconscia tra paziente e analista e possono da quest’ultimo essere utilizzate per una comprensione migliore e condivisa- dell’esperienza analitica. Questo è un costrutto presente all’interno della cornice teorica psicoanalitica relazionale, Per precisare ulteriormente il concetto ed il suo uso, interessante quanto scrive Edgar A. Levenson, distinguendo la self-disclosure dalla self-revelation. La self-revelation dovrebbe riferirsi a quegli aspetti del terapeuta che inavvertitamente o deliberatamente è possibile che il paziente colga. La self-disclosure dovrebbe riguardare tutto ciò che deliberatamente decide di mostrare (o dire) al paziente (Levenson, 1996).

Il tema della self-disclosure del terapeuta è sempre stato controverso, specie in ambito psicoanalitico: in un certo tipo di psicoanalisi piu’ storica ed “ortodossa” (Freud, Lacan, Bion) il terapeuta doveva essere uno “schermo opaco impenetrabile” capace di mantenere l’asimmetria epistemica tra sé e il paziente.

A differenza di quanto sostengono i critici a priori della self-disclosure, Owen Renik sostiene che secondo le sue osservazioni la self-disclosure non porta ad un’attenzione eccessiva sull’analista a discapito della centralità del paziente. Accade invece proprio il contrario: quanto più l’analista riconosce ed è disponibile a discutere la propria presenza personale nella situazione terapeutica, tanto minore è lo spazio che occupa e quindi ne lascia di più al paziente. L’analista reticente risulta ingombrante, occupando il centro della scena come oggetto misterioso. Il paziente è profondamente consapevole di essere in rapporto con un altro essere umano e il bisogno di conoscerne le intenzioni, le convinzioni, i valori, vale a dire il bisogno del paziente di sapere qualcosa della persona con cui ha a che fare, non scompare, anche se l’analista lo considera irrilevante ai fini della esplorazione della cosiddetta “realtà psichica” (Renik, 1998).

Sulla stessa linea Jay R. Greenberg (1986), che considera la self-disclosure un importante strumento tecnico per agevolare il consolidamento della necessaria neutralità, che è vista come la posizione in grado di promuovere un tensione ottimale tra l’essere visto come un nuovo e come un vecchio oggetto.

Ovviamente bisogna fare attenzione, come detto prima, a dosare con grande attenzione questo costrutto; se a volte puo’ essere vero che all’interno di alcuni specifici momenti dell’analisi sia necessario una maggiore “intimità” tra analista e paziente, spesso è importare evitare l’aspetto speculare di confusione che un eccessivo uso della self.disclosure potrebbe comportare all’interno di un trattamento analitico, rischiando di dare l’idea di una eccessiva complicità e confusione tra i vissuti del paziente e quelli dell’analista.

Bibliografia:

Craparo, G (2024), Menti che si svelano. Caratteristiche e funzioni della self-disclosure dell’analista, Franco Angeli.

Levenson, E (1996), Aspects of self-revelation and self-disclosure, Contemporary Psychoanalysis, 32: 237-248

Mitchell, S. A. (1988), Relational concepts in psychoanalysis: An integration,Harvard University Press, tr. it. (1993) Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato. Bollati Boringhieri, Torino

Renik, O. (1998), The analyst’s subjectivity and the analyst objectivity, Int. Jour. Of Psych., 79:487-497

Rocchi, C. (2003) The counter-transference of the patient, The International Journal of Psychoanalysis, vol 84: 1221-123