Quando si parla di inconscio psicoanalitico e di inconscio cognitivo occorre precisare che non si tratta di due “fedi” in contrasto tra loro, ma di due tipi di processi inconsci studiati maggiormente da autori della tradizione psicoanalitica il primo e da autori di quella cognitiva il secondo. Ormai non vi sono più sostanziali differenze di opinioni sulla natura dell’inconscio, e questo è stato possibile anche grazie ai progressi delle neuroscienze. Si è capito per esempio che non esiste “un inconscio”, ma “molti inconsci”, e sia gli psicoanalisti che i cognitivisti sono ben consapevoli dell’esistenza di questi diversi tipi di inconscio.
La caratteristica principale dell’inconscio psicoanalitico è quella di essere “dinamico”. Questo significa che certi contenuti mentali possono passare dallo stato conscio a quello inconscio e viceversa. Un esempio tipico è quello di un trauma che può essere dimenticato perché troppo doloroso, ma che in certe condizioni favorevoli può tornare alla memoria. Secondo una certa concezione superata e ingenua dell’inconscio psicoanalitico, i ricordi rimossi vengono depositati nell’inconscio come se fosse un serbatoio, un magazzino, da cui poi possono essere recuperati tali e quali. Ma è stato dimostrato che la memoria rielabora continuamente i ricordi e li trasforma alla luce dei desideri e delle esperienze successive. Infatti così come, secondo il concetto di transfert, noi interpretiamo le esperienze presenti alla luce del passato, ugualmente, con un meccanismo uguale e contrario, possiamo distorcere i ricordi delle esperienze passate alla luce di quelle successive: questa sorta di “transfert inverso” fu chiamato da Freud Nachträglichkeit (tradotto dagli psicoanalisti francesi con après-coup), che significa appunto una attribuzione retrospettiva di significato. Un’altra caratteristica dell’inconscio psicoanalitico è quella di essere, come una volta lo definì Freud, un “calderone ribollente” di impulsi e desideri. Questo aspetto lo rende molto diverso dall’inconscio cognitivo, dove non si parla di desideri che premono per essere gratificati ma si parla, più che di emozioni, di “cognizioni”, di pensieri, di “processi” più che di “contenuti”. In che modo il terapeuta cognitivo utilizza l’inconscio a livello clinico? Per il cognitivista l’inconscio è concepito come una serie di rappresentazioni mentali implicite o tacite, cioè non consapevoli, le quali, se disfunzionali, vanno modificate in psicoterapia, cercando di renderle consapevoli perché possano motivare il cambiamento. Per “inconscio cognitivo” però non si intende esattamente questo, perché è simile a quello che in psicoanalisi viene definito “preconscio”. Per inconscio cognitivo si intende quella parte del funzionamento mentale che è inconscia non perché è stata rimossa, ma perché non è mai stata conosciuta, e quindi non potrà mai essere ricordata (l’inconscio non rimosso della psicoanalisi contemporanea). Si può anche chiamare “memoria procedurale”, o “elaborazione parallela distribuita” delle informazioni della memoria a lungo termine che regola i movimenti automatici (andare in bicicletta, camminare, ecc.).
Questa memoria è “parallela” perché una caratteristica dei processi inconsci è di non essere “seriali”, cioè non operano uno dopo l’altro ma con infiniti processi che avvengono simultaneamente. La coscienza invece per definizione è seriale, cioè le informazioni passano una dopo l’altra, per così dire in “fila indiana.
Ne consegue che la coscienza opera una selezione tra le tante informazioni presenti nell’inconscio, e questo è il motivo per cui quello che diventa conscio è sempre una parte molto ridotta, limitata, e forse anche distorta, della complessità delle elaborazioni inconsce parallele. Inoltre la coscienza è molto più lenta, funzionando un po’ come un “collo di bottiglia”: occorre più tempo affinché tutta “l’acqua dell’inconscio” esca e divenga conscia. Va ricordato a questo proposito che quello che esce da questa “bottiglia dell’inconscio” non è mai uguale a quello che vi era contenuto, né si tratta della traduzione dei contenuti che nell’inconscio erano censurati o rappresentati sotto forma di simboli. I due linguaggi, quello dell’inconscio e quello del conscio (che Freud chiamava “processo primario” e “processo secondario”, e che per semplicità potremmo chiamare “non verbale” e “verbale”), non sono facilmente traducibili l’uno nell’altro poiché si tratta di codici cognitivi diversi nella loro natura, nel senso che certe rappresentazioni inconsce non sono esprimibili in parole (si pensi ad esempio alla memoria procedurale che regola il movimento, che non è verbalizzabile). È in questo che l’inconscio cognitivo si differenzia nettamente da quello psicoanalitico freudiano, poiché quest’ultimo prevede una traducibilità dei contenuti mentali che erano stati rimossi, per cui può aver senso parlare di un “ritorno del rimosso”. Quello invece che abbiamo definito inconscio cognitivo non è dinamico, ma è semplicemente una modalità di immagazzinamento della memoria a lungo termine, non soggetta a elaborazione verbale. Ci si è resi maggiormente conto è che mentre prima si credeva che questo inconscio procedurale riguardasse essenzialmente l’area del movimento, ora sappiamo che riguarda invece anche i rapporti interpersonali, ad esempio gli stili di attaccamento, che regolano buona parte della nostra vita quotidiana e del funzionamento anche affettivo. Questa maggiore consapevolezza ha messo un po’ in scacco l’ideale psicoanalitico di poter intervenire, soprattutto nei pazienti gravi, col solo strumento della interpretazione. Si pensi alla tecnica psicoanalitica “ortodossa” in cui, per timore della “suggestione”, si tendeva a deprivare il paziente di ogni componente affettiva, facendo leva sui concetti di anonimità, neutralità, astinenza, schermo opaco, etc., arrivando insomma a quella che Migone ha definito, seguendo la metafora freudiana del chirurgo, “personectomia” dell’analista. Questa tecnica “ortodossa” si rivelò presto poco efficace, e si è riproposta nella psicoanalisi piu contemporanea una idea di cura tramite l’esperienza emotiva: si tende sempre più a concepire la psicoanalisi come una tecnica “a tutto campo”, in cui il terapeuta usa la propria persona, e non solo le proprie parole, per produrre una trasformazione profonda nel paziente.
E’ stato utile quindi integrare l’inconscio cognitivo all’interno della psicoanalisi per comprendere meglio un funzionamento mentale piu’ complesso. Da questo si sono originati tutti gli studi ponte sull’attaccamento che ci hanno aiutato a lavorare non solo sulle parti rimosse, conflittuali e desideranti dei pazienti, ma anche su una idea di campo condiviso implicito in cui accadono delle cose nel qui ed ora della seduta che hanno permesso alla psicoanalisi di fare un viraggio dall’aspetto epistemologico a quello piu’ ontologico.
Bibliografia:
Imbasciati, A, (2022), Coscienza, inconscio, memoria, Cinque saggi tra psicoanalisi e neuroscienze, Mimesis Editore.




