Il transfert in psicoanalisi

Il transfert è un fenomeno scoperto da Sigmund Freud, che, nel corso delle sedute di analisi, si rese conto dello sviluppo nei suoi confronti di un attaccamento di natura amorosa da parte dei suoi pazienti. 

All’inizio  egli considerò questo legame come una trasposizione sulla persona dell’analista delle prime figure di riferimento del paziente, tipicamente la madre o il padre.

Per un verso quindi il fenomeno di transfert permette di far emergere del materiale inconscio prezioso, di ricostruire con precisione le dinamiche inconsce che hanno influenzato la costituzione della personalità e della sfera affettiva della persona.

Lo stesso Freud però si rese conto come il transfert, se non analizzato, potesse configurarsi come un vero e proprio ostacolo all’analisi. I sentimenti d’amore del paziente infatti, se troppo intensi, possono comprometterne il lavoro di elaborazione.

Dal momento che la psicoanalisi offre delle possibilità che vanno oltre il semplice contenimento affettivo, non mettere a fuoco il transfert significa perdere la possibilità di decifrare l’inconscio, e dunque di fare luce nel groviglio di cause che hanno portato a star male.

Jacques Lacan, distinguendo i due piani della relazione con l’altro, quello immaginario e quello simbolico, riuscì ad inquadrare la duplice natura del transfert. Egli individuò la natura immaginaria del transfert, da distinguersi dall’asse simbolico della cura.

Il transfert immaginario concerne la relazione fra il paziente e la persona dell’analista. Comprende dunque la trasposizione delle figure della prima infanzia e tutti i sentimenti che ne possono derivare: amore, odio, simpatia, rivalità ecc…

L’asse simbolico della cura riguarda invece il rapporto del soggetto con L’Altro (che Lacan scrive con la A maiuscola per distinguerlo dall’analista in carne ed ossa).

Quando parliamo non ci rivolgiamo solo a qualcuno di specifico, ma ci ritroviamo senza rendercene conto a “parlare a noi stessi”, a riferirci ad un interlocutore invisibile, ad un Altro che abita dentro di noi e che rappresenta la nostra coscienza (influenzata e plasmata dalle prime figure di riferimento, ossia i genitori, ma anche dal contesto sociale più allargato).

L’analista, celandosi alla vista e ascoltando silenziosamente, occupa il luogo di questo Altro, permette al paziente di ascoltare ciò che lui stesso dice senza accorgersi, gli fa da eco. Ciò che il soggetto dice si trasforma in ciò che si dice, che dice alla sua propria coscienza. In questo modo, sentendosi dire certe cose, realizza di averle dette e ne trae delle conseguenze.

L’operazione analitica pura appare dunque quella in cui l’analista, occupando il luogo dell’Altro, tramite il suo ascolto fa da eco alla parola di colui che parla e fa così risuonare ciò che questi dice senza saperlo. Spinge l’inconscio ad uscire allo scoperto.

 I fenomeni di transfert sono invece collocati su un piano immaginario.

Ma questo transfert simbolico, secondo Lacan, assume una sfumatura ulteriore, quella di una domanda d’amore. Quando parliamo infatti ci aspettiamo di essere ascoltati, ci aspettiamo un riconoscimento, una validazione del nostro essere.

L’analista ascoltando è quindi il destinatario di una domanda d’amore, che accoglie ma non fissa sulla sua persona, permettendo così al paziente di spaziare e di essere libero nella sua esplorazione di se stesso.

Il concetto di transfert ha però subito, nel corso degli anni, diverse rivisitazioni teoriche da parte di altri influenti psicoanalisti, una delle rivisitazioni più importanti è quella effettuata da H.S. Sullivan.

Sullivan spostò l’enfasi dall’osservazione del paziente (transfert), all’osservazione del paziente e dell’analista in interazione (matrice transfert-controtransfert), dando vita alla corrente psicoanalitica di Tradizione Interpersonale

E’ infatti bene ricordare come nella stanza di terapia non ci sia solo il paziente, con parte del suo inconscio da proiettare sull’analista ma come anche quest’ultimo tenda, più o meno inevitabilmente, a proiettare aspetti inconsci della sua psiche nella relazione col paziente: si parla allora di controtransfert.

Il cambiamento di paradigma avvenuto nel pensiero psicoanalitico si deve all’introduzione del concetto sullivaniano di “osservatore partecipe” che presuppone nell’analista l’abilità di occuparsi e di valutare attentamente anche la propria partecipazione rispetto al paziente. Gli autori interpersonalisti che hanno seguito la scia di Sullivan hanno esteso questa preziosa intuizione fino a rivoluzionare l’uso terapeutico del controtransfert in modi che Sullivan stesso non aveva clinicamente portato avanti. Nel campo psicoanalitico quindi il transfert e il controtransfert sono esperienze formate reciprocamente e create congiuntamente da entrambi i partecipanti analitici, piuttosto che come espressioni esclusivamente endogene del mondo intrapsichico chiuso dell’uno o dell’altro partecipante.

Bibliografia:

  • Etchegoyen R.H. (1986), I fondamenti della tecnica psicoanalitica. Astrolabio, Roma 1990.
  • Ferro A. (1996), Nella stanza di analisi. Raffaello Cortina, Milano 1996.
  • Gabbard G.O. (1996), Amore e odio nel setting analitico. Astrolabio, Roma 2003.