Il lavoro terapeutico con bambini e genitori

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La storia di ogni figlio inizia insieme a quella dei genitori, si incarna nell’incrocio di tre desideri, il suo, quello del padre e quello della madre che lo generano. Il disagio del bambino è il disagio di questa storia: da un lato ci sono le preoccupazioni che derivano ai genitori dal prendersi cura di un bambino; dall’altro le difficoltà incontrate dai bambini per diventare adulti. Non esiste risposta risolutiva all’insicurezza dei genitori, non ci sono prescrizioni che in modo immediato possano far scomparire i loro interrogativi. Esiste, però, la responsabilità degli adulti di assumere il disagio del bambino, dalle sue forme eclatanti a quelle più silenti.

Non esiste domanda del bambino, la domanda è quindi sempre dei genitori. Esiste la sofferenza del bambino che fa da eco al discorso dei genitori in difficoltà.

L’accompagnamento simbolico e reale del bambino da parte dei genitori implica l’esigenza di intendere il suo mondo a partire dall’idea che si tratti di un soggetto con dei propri desideri e quindi, da parte del clinico, ciò significa creare con lui una relazione transferale. L’umanità del bambino non è a venire ma incarnata nella sua esistenza e rintracciabile, ancor prima del concepimento, nel desiderio dei genitori.

Troppo spesso accade che medici, insegnanti o semplicemente adulti che circondano il bambino non facciano altro che confinarlo ancor più nel suo disagio attraverso etichette diagnostiche, scelta di metodi educativi e giudizi. La presenza della famiglia è il segno che si cerca di ricorrere ad un terzo, il professionista, che attraverso un ascolto cerca di aiutare il bambino ad articolare la sua domanda. Dunque è importante procedere, insieme ai genitori, ad una ricostruzione puntuale della storia familiare, ad una scansione temporale degli eventi significativi nella vita del bambino in relazione all’età e alle tappe evolutive.

Occorre ricevere il bambino insieme alla famiglia e cercare di far sorgere in lui un punto di enunciazione. Qualsiasi gesto insignificante, qualsiasi accenno di movimento, abitualmente trascurato dalla famiglia, viene indicato dal professionista come un punto di enunciazione, dicendo semplicemente “Attenzione, ha detto qualcosa”. Diventa un modo di intervenire sulla madre, sui genitori, sull’Altro lì presente per il bambino, per avere un effetto su di lui.

Pertanto lo psicoterapeuta sostiene i genitori che lo consultano a lavorare su desideri e conflitti che caratterizzano prima la persona e poi il suo ruolo parentale. Interrogarsi sui problemi dei bambini non significa solo affrontare proteste, capricci, ribellioni, discriminare tra “ciò che è giusto o sbagliato”, “cosa fare” e “cosa non fare” per quel che riguarda il gioco, il cibo, il sonno, la scuola e così via. Significa rivelare le comunicazioni psichiche inconsce e consce, comprendere che tutto è linguaggio, decodificare quel che si esprime nel vivere quotidiano e, quindi, nella relazione genitori-figli.

Si tratta quindi di un lavoro preliminare non inteso come tappa predeterminata ma come tempo logico che impegna il terapeuta a far sì che coppia parentale e figlio possano trovarsi nelle condizioni che rendono possibile un atto terapeutico.