La famiglia invischiante e le difficoltà di svincolo dei suoi membri

La famiglia invischiante e le difficoltà di svincolo dei suoi membriLa questione del mancato svincolo dalla famiglia di origine è un tema molto complesso che affonda le sue ragioni nella tipologia di attaccamento ai caregivers (mamma, papà e chiunque si occupi della crescita di un bambino), nei meccanismi alla base della formazione del Sé, nei processi che presiedono lo sviluppo dell’autostima e, ovviamente, in quelli connessi all’acquisizione dell’autonomia. Quest’ultimo compito, è frutto di un processo complesso e duraturo che inizia nella primissima infanzia e che necessita di un contesto capace di dosare, nelle varie fasi di sviluppo, la necessità di proteggere il bambino e di infondergli sicurezza, con quello di motivarlo ad “allontanarsi” gradualmente dalla figure di riferimento: un contesto efficace a tale scopo è quello che promuove l’esplorazione da parte del neonato dello spazio circostante durante i primi tentativi di muoversi carponi, che rassicura il bambino nella prima fase di inserimento al nido (o alla materna) supportandolo nelle prime esperienze di separazione, che promuove i momenti di socializzazione presentandoli come un’occasione di arricchimento emotivo, che sostiene la funzione degli oggetti transazionali (ad esempio il peluche preferito con cui il bambino si addormenta) riconoscendone il valore di “sostituto materno” ecc.

Un contesto familiare ansioso, un tipo di attaccamento insicuro, una famiglia caratterizzata da confini rigidi con l’esterno e da invischiamento tra i suoi membri, rappresenta un potenziale ostacolo per il buon esito dei processi di svincolo dei suoi componenti e per lo sviluppo di una sana autostima. Il bambino a cui viene continuamente veicolato il messaggio che il mondo esterno è pericoloso, che solo in casa si è al sicuro, che solo la famiglia può offrire un valido punto di riferimento, svilupperà quasi certamente dei tratti di dipendenza dalle figure di riferimento e al contempo un vissuto di insicurezza, che inficeranno le sue capacità di svincolo a partire dalla fase adolescenziale (difficoltà che, in base all’esistenza o all’assenza di eventuali fattori di compensazione, potranno protrarsi, se non adeguatamente affrontate, anche per tutta l’età adulta).

La realtà clinica racconta sempre più frequentemente di adolescenti che si scontrano con questo tipo di ripercussioni negative quando si trovano a dover scegliere il corso di studi universitari (soprattutto se si paventa l’ipotesi di iscriversi in un Ateneo lontano dalla propria città) o quando si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro o ancora quando si devono misurare nelle relazioni affettive.

Quando ci si mette in discussione su “banchi di prova” estranei a quelli noti e ovattati in cui si è cresciuti, emergono tutte le difficoltà rimaste latenti fino a quel momento, con conseguenze talvolta anche significativamente negative sul piano del benessere psicologico. Si tratta di soggetti a cui da sempre sono stati veicolati specifici “mandati familiari” (insieme di compiti, ruoli e aspettative che ogni membro è chiamato a ricoprire e soddisfare) aventi un carattere vincolante e limitante, finalizzati ad impedire in modo più o meno consapevole lo svincolo. La famiglia cosiddetta “invischiante” non consente ai propri componenti di esplorare il mondo autonomamente, attua sofisticate strategie di controllo più o meno esplicite, agisce sul senso di colpa; i confini tra i vari membri sono molto labili, tutti invadono tutti, tutti dipendono da tutti, ognuno agisce comportamenti atti a rifuggire la solitudine, il rifiuto e l’abbandono. Al figlio a cui non viene concessa la libertà di allontanarsi, correndo il rischio di soffrire, sbagliare e cadere, non verrà nemmeno concessa la possibilità di imparare a gestire il dolore della separazione, a rimediare ai propri errori e a rialzarsi dopo un fallimento.

I genitori che faticano a porre in essere una relazione corretta con il figlio, cioè capace di promuovere le sue capacità di svincolo, in futuro saranno, molto probabilmente, incapaci sia di accettare e condividere i confini tra il proprio nucleo familiare e quello che il figlio andrà a costituire, che di gestire il vissuto di tradimento che sperimenteranno dopo il suo “abbandono del nido”.